La giornata conclusiva di Tevere in Danza vede protagonista la Temple Jazz Orchestra, tra le più prestigiose orchestre jazz universitarie degli Stati Uniti, che inaugura a Nazzano il proprio tour europeo. La serata è arricchita da una nuova creazione di Emilia Zankina, coreografa, danzatrice e docente. In questa intervista, Zankina racconta il proprio percorso artistico, la collaborazione con l’orchestra e la sua visione della danza come linguaggio universale, capace di creare dialogo, partecipazione e comunità.
Emilia Zankina
Accanto al suo lavoro nella danza, è impegnata anche nell’ambito dell’istruzione universitaria, delle scienze politiche e degli scambi internazionali. In che modo questi diversi aspetti della sua vita dialogano tra loro?
Per me è sempre stata un’unica realtà. C’è sempre stata la danza e c’è sempre stata la curiosità di conoscere e imparare di più. Fin dai tempi del liceo ho portato avanti questi percorsi in parallelo e, proprio per questo, non li considero due mondi distinti: sono un unico mondo, perché entrambi fanno parte di me. La danza, e l’arte in generale, rendono una persona più forte nella vita. Lo ripeto spesso ai miei studenti: indipendentemente dal fatto che diventino o meno danzatori professionisti, la danza trasmette disciplina e determinazione, qualità che permettono di affrontare qualsiasi percorso. Insegna anche la creatività, perché il mondo della danza non è un settore ricco di risorse: siamo costantemente alla ricerca del prossimo finanziamento, del prossimo progetto. Questo ci porta a sviluppare un pensiero creativo. Allo stesso tempo, la danza insegna la collaborazione, perché è per sua natura un lavoro di squadra. Si lavora con musicisti, artisti visivi e professionisti provenienti da molte altre discipline. Disciplina, creatività e capacità di collaborare sono competenze preziose in qualsiasi professione, sia che si diventi imprenditori, scienziati o medici. L’università, invece, è un ambiente straordinario perché permette di confrontarsi continuamente con i giovani. Ogni generazione è diversa dalla precedente. Non si può insegnare sempre nello stesso modo, perché cambiano gli studenti, cambia il loro modo di pensare, cambia il mondo e cambia la tecnologia. È necessario evolversi insieme a loro. In molti aspetti sono proprio gli studenti ad aiutare me a crescere, tanto quanto io aiuto loro. Per questo considero questi due ambiti profondamente connessi. È proprio questo continuo scambio che trovo estremamente stimolante.
Il 29 luglio chiuderà questa edizione di Tevere in Danza insieme alla Temple Jazz Orchestra. Può raccontarci come è nata questa collaborazione e come ha preso forma il progetto?
La Temple Jazz Orchestra è davvero una realtà speciale. Innanzitutto, è un’orchestra che quest’anno ha conquistato, per il secondo anno consecutivo, il National Collegiate Jazz Championship. Tra tutte le orchestre jazz universitarie degli Stati Uniti, Temple si conferma stabilmente tra le migliori. Alla Temple University abbiamo un programma musicale di altissimo livello, sia nella musica classica sia nel jazz, e molti dei nostri studenti intraprendono splendide carriere professionali dopo la laurea. Gran parte di questo successo è merito di Terell Stafford, direttore della Jazz Orchestra: un musicista straordinario, ma anche un educatore eccezionale. Il tour europeo dell’orchestra inizierà proprio a Nazzano. In un certo senso, chiuderemo il festival inaugurando allo stesso tempo la tournée europea dell’ensemble, ed è un aspetto che rende questa occasione ancora più significativa.
Poiché si tratta di un festival dedicato alla danza, ho creato una coreografia appositamente per questo evento. Il concerto di quest’anno è dedicato a Quincy Jones e ho voluto realizzare una nuova creazione sulle sue musiche. L’orchestra eseguirà il repertorio dal vivo e un gruppo di danzatori si esibirà insieme ai musicisti sul palcoscenico. Sarà inoltre presente la straordinaria cantante jazz Barbara Parisi, che insegna anch’essa alla Temple University. È un’artista dalle molteplici competenze: cantante, compositrice, psicologa e insegnante di yoga. Alla fine, però, questa performance non appartiene a una sola persona: è il risultato del contributo di tutti coloro che vi prendono parte.
La tecnica Martha Graham ha avuto un ruolo fondamentale nel suo percorso artistico e didattico. In che modo questa filosofia ha influenzato il suo processo coreografico?
Mi sono formata nella tecnica Graham a Pittsburgh, la città in cui Martha Graham nacque nel 1894. Quest’anno la Martha Graham Dance Company celebra il suo centenario, diventando così la più antica compagnia di danza moderna al mondo. In questi giorni mi trovo proprio a Sofia, la mia città natale, dove terrò un workshop dedicato al suo lavoro. La tecnica Graham rappresenta uno dei fondamenti della danza moderna e contemporanea. Ha ispirato generazioni di coreografi, tra cui Merce Cunningham, Paul Taylor, Glen Tetley e molti altri. Basata su principi come contraction, release e spiral, ha contribuito a definire il linguaggio del movimento contemporaneo e continua ancora oggi ad arricchire danzatori provenienti dalla danza classica, moderna e contemporanea.
Ma la tecnica Graham è molto più di un insieme di movimenti. È una filosofia dell’espressione. Martha Graham era profondamente coinvolta nelle questioni del suo tempo e ricercava costantemente un’emozione autentica. Lo stesso movimento può esprimere dolore, gioia oppure apatia. Per questo motivo, quando insegno, non parto dalla coreografia. Parto dall’espressione. Attraverso l’improvvisazione e diversi esercizi, incoraggio i danzatori a fare proprio il movimento prima ancora di iniziare a costruire delle sequenze coreografiche. Lavoro sempre secondo quello che viene definito un processo di coreografia partecipata. Voglio che i danzatori diventino parte integrante del processo creativo. I danzatori non sono strumenti. Sono esseri umani, artisti. È necessario trovare il movimento che appartiene a quello specifico gruppo di interpreti: non si può semplicemente applicare la stessa coreografia a persone diverse. Per questo inizio dal movimento che nasce da loro. Insieme sviluppiamo frasi coreografiche, immagini e idee. Solo successivamente arriva la musica. Prima vengono i danzatori. Poi il movimento. Infine la musica. Per me una coreografia diventa realmente significativa quando gli interpreti partecipano alla sua creazione. Non credo nelle coreografie semplicemente “montate” sui danzatori. Preferisco creare lavori che appartengano alle persone con cui sto lavorando. È questo che rende ogni creazione unica.
Uno degli obiettivi di Tevere in Danza è portare l’esperienza artistica negli spazi pubblici, al di fuori delle istituzioni culturali tradizionali. Perché ritiene che questo tipo di incontro sia così importante oggi?
Dico sempre ai miei studenti americani che l’Italia è un luogo magico perché, in qualunque direzione ci si muova, nel giro di un’ora si incontra una collina e un castello. Nazzano è uno di questi luoghi meravigliosi, con una storia straordinaria e una splendida vista sulla Valle del Tevere. Portare iniziative culturali fuori da Roma e all’interno di queste comunità è importante perché ogni luogo possiede una propria storia, una propria identità e una propria unicità. Esiste sempre una ragione per cui una città è nata proprio in quel luogo: antiche vie commerciali, incontri tra culture, tradizioni. Tutto questo arricchisce chi vi trascorre del tempo.
Ma, al di là del contesto, credo che l’arte non debba mai rimanere confinata esclusivamente all’interno delle istituzioni culturali. Se l’arte esiste soltanto per i professionisti, allora non sta davvero svolgendo il proprio compito. L’arte deve appartenere a tutti: non solo come esperienza da spettatori, ma anche come possibilità di partecipazione. Non è un caso che ogni scuola dell’infanzia e ogni scuola primaria includano attività artistiche. L’essere umano è naturalmente portato a cantare, danzare e disegnare. Non sono attività riservate ai professionisti. Se l’arte non riesce a nutrire questo istinto presente in ciascuno di noi, perde parte del suo significato. Naturalmente abbiamo bisogno di grandi spettacoli realizzati da artisti professionisti, ma abbiamo bisogno anche di laboratori aperti a persone di ogni età e provenienza, di festival nei quali anche gli amatori possano esprimersi, di danza sociale, di danze popolari e di pratiche artistiche vissute negli spazi pubblici. Credo che festival come Tevere in Danza rendano possibile proprio questo: permettono alla creatività presente in ognuno di noi di emergere, non soltanto attraverso la visione, ma anche attraverso la partecipazione.
Che linguaggio rappresenta per lei la danza? Che cosa può esprimere il movimento che le parole non riescono a raccontare?
È qualcosa di straordinario. Si dice che un’immagine valga più di mille parole e credo che lo stesso valga per il movimento. Una delle cose che amo insegnare ai danzatori non è soltanto il movimento, ma anche l’immobilità. A volte una coreografia è ricca di azione e improvvisamente tutto si ferma: nell’immobilità e nel silenzio si può comunicare molto più che attraverso migliaia di passi. Cerco di trasmettere ai danzatori quanto un singolo istante sospeso, un lieve movimento della testa o uno sguardo possano avere un impatto molto più forte sul pubblico rispetto a una lunga sequenza di movimenti. Mi piace lavorare su questi contrasti: immobilità e movimento, silenzio e suono, perfetta sintonia con la musica oppure un movimento volutamente in contrasto con essa. È proprio lì che nasce qualcosa di interessante. La danza sviluppa certamente un proprio linguaggio. Credo che possa esprimere emozioni e idee con la stessa forza delle parole o delle immagini, ma in un modo che nessun altro linguaggio riesce a raggiungere. Una delle caratteristiche più affascinanti della danza è il suo essere effimera. Oggi possiamo registrare uno spettacolo, ma non riusciremo mai a catturarne davvero l’energia. Diversamente da una poesia o da un dipinto, che possono rimanere immutati per secoli, la danza esiste soltanto in quell’istante preciso. Anche eseguendo due volte la stessa coreografia, ogni rappresentazione sarà diversa: cambia il pubblico, cambia la luce, cambia l’emozione. Ogni spettacolo è un momento irripetibile. Come danzatori impariamo a convivere con questa natura fugace. In un certo senso, nel momento stesso in cui si crea qualcosa si comincia anche a perderla. Si vive il presente, si custodisce il passato e si continua a costruire il futuro.
In un’epoca in cui le società sembrano sempre più divise, quale ruolo possono svolgere le arti performative nel favorire il dialogo e la connessione tra le persone?
Prima di tutto, anche l’arte soffre queste divisioni, perché riflette sempre la condizione della società. Se osserviamo un’opera come Guernica di Picasso, in una sola immagine possiamo leggere tutta la tragedia della guerra civile spagnola. Gli artisti vivono profondamente le guerre, il populismo e le divisioni che caratterizzano il nostro tempo. Da una parte esprimono queste realtà attraverso la propria arte; dall’altra hanno anche la possibilità di offrire una risposta, scegliendo, ad esempio, di creare qualcosa di gioioso. La coreografia che ho realizzato quest’anno è volutamente piena di gioia, perché sento che, in un momento storico come questo, abbiamo bisogno proprio di questo. Non dobbiamo dimenticare che, anche nei periodi più difficili, gli esseri umani sono sempre capaci di donare amore e gioia gli uni agli altri. L’arte riflette la società, ma può anche indicare nuove direzioni. Può unire le persone. Lo stesso avviene nello sport. Persone che hanno idee opposte, che si detestano o addirittura combattono guerre, possono ritrovarsi insieme davanti a una partita di calcio condividendo la stessa esperienza. Credo che festival come Tevere in Danza svolgano una funzione molto simile. Persone che votano partiti diversi o che hanno opinioni molto lontane tra loro siedono una accanto all’altra per assistere allo stesso spettacolo. Eventi di questo tipo ci ricordano che ciò che ci accomuna come esseri umani è molto più grande di ciò che ci divide. Questo non significa che le differenze scompaiano o che non siano importanti. Significa semplicemente che non dobbiamo necessariamente discuterne in ogni momento. Possiamo stare insieme pur rimanendo diversi. Non dobbiamo avere gli stessi gusti musicali, sostenere lo stesso politico o condividere le stesse opinioni. Esistono ancora moltissime cose che ci uniscono e sono certa che anche quest’anno questo sarà evidente quando ci ritroveremo a Nazzano.
Intervista di Stefanie Lang