Intervista all’artista e coreografa Valeria Galluccio: in scena a “Tevere in Danza 2026”

Il Collettivo Valle del Tevere produce e accoglie, eccezionalmente, il lavoro dell’artista di fama internazionale Valeria Galluccio: napoletana, si è formata in danza classica e moderna ed è stata presto selezionata per l’Arsenale della Danza della Biennale di Venezia; ha debuttato giovanissima come solista in Glass Room (2008) e ha poi interpretato i ruoli principali nelle opere di Ismael Ivo. Dal 2011 è tra le principali interpreti della Compagnie Marie Chouinard, a Montréal, dove è protagonista e musa di celebri produzioni, contribuendo anche alla creazione di nuovi lavori e tenendo workshop in Europa e Canada. In questa intervista racconta il suo straordinario percorso artistico, insieme ai dettagli del lavoro in scena a TiD26.

Valeria Galluccio © Foto: Claude Précourt

Entrare a far parte della Compagnie Marie Chouinard a Montréal non ha significato solo trasferirti dall’altra parte del mondo, ha anche segnato una svolta fondamentale nel tuo percorso artistico. Come è nata questa opportunità?

Fu un mio amico a chiamarmi per dirmi che aveva visto l’annuncio di un’audizione e mi disse: “Valeria, c’è questa coreografa canadese, dovresti fare l’audizione”. Risposi: “Chi è questa coreografa?”. E lui: “Marie Chouinard”. “Non la conosco”, replicai. All’inizio non volevo andarci perché pensavo che non mi avrebbe mai scelta, e non volevo spendere soldi per andare fino a Vienna per un’audizione, ma il mio amico aggiunse: “Manda il tuo CV. Se ti sceglie, andiamo”. Così sono andata. Marie entrò nella sala e ne rimasi subito affascinata. C’erano circa cento ballerini; io ero in fondo, lei venne dritta verso di me e, dopo l’audizione, mi fece una correzione. Poi mi chiamò e disse: “Voglio che tu venga a Montréal tra dieci giorni. Inizierai subito con la compagnia e la settimana successiva sarai in tournée”. Quando mi ha scelto, le ho chiesto: “Non sono troppo alta per la tua compagnia?”. Mi ha guardata e ha detto: “Troppo alta? Sei pazza? Sei perfetta. Vieni!”. Per me, era già qualcosa di speciale perché dimostrava di essere aperta a un altro tipo di corpo. Guardava all’energia, alla vitalità, alla fisicità e all’apertura mentale. E guardava alla tua autenticità. Sono tornata in Italia e ho detto a mia madre: “Parto tra una settimana”. Ero sotto shock. Due giorni prima mi ero chiesta: “Cosa sto facendo?”, e poco dopo tutto è accaduto così in fretta. Abbiamo viaggiato per il mondo, creato tantissimi progetti insieme e, all’improvviso, sono passati quindici anni.

Sei ancora in compagnia dopo tutti questi anni. Cosa pensi che renda così duratura una collaborazione artistica?

Ci sono diverse fasi. Se hai davvero capito cosa vuoi e desideri restare fedele alla tua arte, ci sono momenti nella vita in cui ti chiedi: “È giusto continuare? Sono ancora onesta con me stessa e con questa persona? O dovrei andare altrove alla ricerca di chi sono?”. Onestamente, mi pongo spesso queste domande perché ogni periodo mi ha portato un passo avanti nella mia carriera, verso un’altra comprensione, un altro apprendimento. Credo che anche Marie abbia sempre cercato di capire fino a dove potevamo continuare a crescere insieme. Eppure, dopo tutto questo tempo, lei stimola me e io stimolo lei. È stato un incontro bellissimo, del quale sono profondamente grata.

Parallelamente al tuo lavoro come performer, hai anche sviluppato dei progetti personali attraverso il video e altre pratiche transmediali. Cosa ti ha attratto verso queste forme d’arte?

Lavorare con la videodanza mi ha aperto un nuovo modo di vedere il movimento. Quando creo per un film, è come se avessi un altro cervello e un altro punto di vista, perché tutto accade all’interno dell’inquadratura. Adoro poter controllare ciò che il pubblico vede. Non mi piace l’improvvisazione in questo caso, lavoro con una sceneggiatura. Conosco ogni scena, la sua durata e la sua struttura. Il video permette anche di entrare in una dimensione più sensoriale. La telecamera si avvicina tanto al corpo e può rivelare cose che sarebbero impossibili da vedere sul palcoscenico. Ma ciò che questo lavoro mi ha dato di più è stata la comprensione di chi sono. Dopo quindici anni di lavoro con Marie, sentivo l’urgenza di capire: “Questa è Marie, ma chi sono io? Cosa devo esprimere?”. Ho iniziato a filmare perché potevo controllare ciò che ne veniva fuori. Volevo capire cosa appartenesse all’universo artistico di Marie e cosa al mio. Ora mi sento più sicura nella mia ricerca artistica. Ho imparato a non aver paura di introdurre una certa “stranezza” nel mio lavoro, non in senso negativo, ma come qualcosa di poetico, qualcosa di diverso da ciò che solitamente vediamo sul palcoscenico o sullo schermo.

All’edizione di quest’anno di Tevere in Danza presenterai Île. Puoi parlarci del processo creativo alla base del pezzo?

Quando inizio un nuovo lavoro, non parto da un’idea, ma da una pagina bianca. Parto sempre dal corpo e mi chiedo: cosa vuole emergere? Di solito lavoro da sola, registrando tutto. Raccolgo materiale come se stessi costruendo un archivio. Poi, lentamente, arrivo a un punto in cui mi chiedo: cosa vuole rimanere e cosa no? Alcune cose insistono per restare e io le seguo. Ci sono cose che vogliono essere espresse attraverso di me e io dono il mio corpo a loro. Solo dopo, un’altra parte di me inizia a considerare il ritmo, l’energia, la qualità e la struttura. All’inizio non c’è musica. Inizio solo dopo ad inserirla, perché sento che ha un’influenza molto forte sulla danza e deve essere utilizzata con attenzione.

A Tevere in Danza creerai per la cornice unica di Nazzano, dove alcuni spettatori potrebbero scoprire la danza contemporanea per la prima volta. Questo influenza il modo in cui immagini e costruisci un’opera?

Molto. Sono stata al festival l’anno scorso e sono rimasta affascinata dall’atmosfera medievale del borgo e dalle mura che fanno da sfondo alle performance. Il luogo influenza inevitabilmente la creazione. Mi sono ritrovata a immaginare quelle pietre e a trasportarmi in quell’atmosfera. Insieme al mio musicista, che ha composto la colonna sonora originale, abbiamo anche iniziato a fare ricerche sulla musica e sugli strumenti medievali. La musica che utilizziamo è elettronica, ma conserva tracce di quei suoni antichi. Il pezzo emerge strato dopo strato. Non parto da una direzione fissa, rimango aperta a ciò che vuole emergere dal mio corpo e dall’energia del luogo. Allo stesso tempo, penso al pubblico. Anche se la danza contemporanea a volte può essere di nicchia, cerco sempre di confrontarmi con questo aspetto. Certo, devo essere onesta con la mia ricerca. Non posso creare qualcosa solo per intrattenere, ma voglio qualcosa a cui le persone possano “accedere”. Di solito, cerco di creare un ambiente, un’esperienza. C’è virtuosismo, ma non è quello il fulcro. Cerco di creare qualcosa che lasci spazio a delle domande, in modo che le persone possano andare via dicendo a se stesse: “So di aver provato qualcosa, anche se non riesco a definirla con precisione”. Un po’ come un sogno: ti svegli ricordando immagini e sensazioni, ma non riesci a spiegarle completamente. Forse l’opera può creare connessioni inconsce. Questo è ciò che mi interessa.

Dopo quindici anni all’estero, cosa significa tornare in Italia con Île?

Mi sento onorata. Uno dei temi di Île è l’idea di essere al limite, su un confine. Creo qualcosa di simile a un’isola, un luogo leggermente fuori dal centro. In parte, deriva dalla mia esperienza di vita tra culture diverse. Quando torno in Italia, mi sento completamente a mio agio. Anche se so di avere degli impegni a Montréal, c’è una parte di me che continua a vivere a Napoli perché è lì che tutto è iniziato. Ora ho quarant’anni. Sono italiana, forse un po’ più internazionale di prima, ma tutta la mia creatività è cresciuta lì, si è formata lì. Pensare come un’italiana, pensare come una napoletana, fa ancora parte di me e lo sarà per sempre. Per molti anni mi sono chiesta: “Chi sono? Sono italiana? Cosa sono adesso?”. Oggi mi sembra più semplice perché ho capito che la danza vive nel mio corpo, quindi ovunque io vada nel mondo, il mio centro viaggia con me. In un certo senso, la mia casa è nel mio corpo. Eppure, tornare in Italia è, e sarà sempre, un’emozione speciale.

Intervista di Stefanie Lang

Tevere in Danza 2026