Il Collettivo Valle del Tevere produce quest’anno il lavoro di Marcello Giovani, artista venticinquenne. Abruzzese, ha studiato a lungo nella sua città, Popoli, e poi a Roma: a diciassette anni ha iniziato a prendere parte alle produzioni della Junior Company del Balletto di Roma, per poi entrare nella Compagnia ufficiale interpretando ruoli di primo piano in tournée italiane e internazionali. Parallelamente alle esperienze da interprete, prosegue oggi nella sua personale ricerca coreografica con spirito acuto e indagatore. A TiD26 presenta due creazioni: Athena, che si ispira liberamente al mito di Aracne, e Un bel dì, tra atmosfere bucoliche e personaggi in cerca di riscatto. In questa intervista racconta il suo percorso di danzatore e la sua giovane carriera da coreografo, insieme ai dettagli sui lavori in scena a Nazzano.
Marcello Giovani
Accanto al lavoro come danzatore, negli ultimi anni hai sviluppato anche un percorso come coreografo. Quando hai capito che creare sarebbe diventato una parte fondamentale della tua ricerca artistica?
Ho sempre avuto questa passione per la coreografia e, più in generale, per la creazione. Ho studiato cinema all’università, ho realizzato dei cortometraggi e ho sempre avuto il desiderio di raccontare qualcosa attraverso l’arte. Mi piace avere una visione, scrivere, creare qualcosa che qualcun altro possa vedere, interpretare e fare proprio. Il momento decisivo è arrivato durante il Covid. Ballavamo meno e ci siamo ritrovati con tanto tempo libero; insieme ad alcuni compagni di corso, ho iniziato a fermarmi dopo le lezioni per provare qualcosa e per proporre delle idee. Ho costruito dei lavori ispirati a La Bella Addormentata di Čajkovskij, reinterpretandola in chiave contemporanea. Ho poi mostrato i video a Luciano Carratoni (direttore generale del Balletto di Roma), che mi ha proposto di portarli allo spettacolo di fine anno della scuola: è stato il primo momento in cui il mio lavoro come coreografo è stato “visto” davvero. Da lì sono arrivate altre opportunità. Piccole, all’inizio, ma ogni volta rappresentavano per me un passo avanti.
Uno dei lavori che presenterai a Tevere in Danza è Atena. Puoi raccontarci qualcosa di più?
Atena è un passo a due femminile ispirato al mito di Atena e Aracne. Il pezzo non racconta il mito in maniera didascalica, perché quello che più mi interessa è parlare delle figure femminili della mitologia che vengono trasformate in mostri. Diventano creature terribili, ma quella cattiveria non appartiene davvero a loro: è qualcosa che viene imposto dall’esterno. Nel passo a due, le danzatrici finiscono per unirsi diventando un’unica creatura, un ragno mostruoso. Allo stesso tempo, emergono continuamente momenti in cui ritornano donne, ritornano umane. Si alternano immagini più spaventose a momenti più delicati e vulnerabili. Alla fine, prevale inevitabilmente il mostro, perché così vuole il mito. È una storia che ritroviamo anche in altri personaggi, come Medusa: esseri umani, all’inizio, poi trasformati in qualcos’altro.
Che cosa significa, per te, creare una coreografia pensando a uno spazio diverso da quello teatrale?
Mi è sempre piaciuto avere dei limiti, o meglio dei “paletti”. Li considero una sfida. Può trattarsi della musica, delle persone con cui lavorare o dello spazio. Mi piace creare anche quando non sono io a decidere tutti gli elementi. È un po’ come MasterChef: scopri gli ingredienti che hai a disposizione e sta a te trovare il modo giusto per metterli insieme. Lo spazio, naturalmente, influenza profondamente anche il modo di costruire una coreografia. Ogni contesto suggerisce possibilità diverse e richiede uno sguardo specifico. Un bel dì, il secondo lavoro che presenterò a Tevere in Danza, ne è un esempio significativo: racconta una scena di vita quotidiana in un piccolo paese e verrà presentato proprio in una piazza. In questo caso il luogo non è soltanto una cornice, ma diventa parte integrante della narrazione, come se fosse già incluso nella coreografia stessa.
Che cosa stai “cercando” oggi, come giovane danzatore e coreografo?
Come danzatore spero di poter ballare ancora a lungo. Quando entro in scena mi diverto e credo che sia una cosa che le persone abbiano sempre percepito di me: ballo perché mi piace davvero. Vorrei continuare il più possibile, perché questo lavoro mi permette di viaggiare, conoscere persone nuove e vivere esperienze diverse. Ci sono ancora tante musiche sulle quali sogno di ballare. Come coreografo, invece, il mio desiderio è poter realizzare una produzione completamente mia. Spero di avere presto questa possibilità!
Intervista di Stefanie Lang