Intervista alla giovane coreografa Martina Licciardo: in scena a “Tevere in Danza 2026”

Il Collettivo Valle del Tevere presenta il lavoro di Martina Licciardo: torinese, con formazione decennale in danza classica e un percorso accademico in danza urban alla Bounce Factory di Roma, ha lavorato come performer in contesti di rilievo, come la Milano Fashion Week – Moncler (coreografie Sadeck, 2022), gli spettacoli Tafiya e Dannatissimi (2023) e gli Europei di atletica leggera 2024. Docente e autrice di diverse coreografie, ha presentato un lavoro originale a Cinecittà World nell’ambito dell’evento Solo | Lo Spettacolo e, nel 2024, ha anche debuttato con il Balletto di Roma in Anima Explora al Teatro Parioli. In questa intervista ci parla del suo percorso, dal classico alla danza urban, e svela alcuni dettagli su Gear, il lavoro in scena a Tevere in Danza 2026.

Martina Licciardo

Dopo dieci anni di formazione a Torino, il trasferimento a Roma ha segnato una svolta importante nel tuo percorso artistico. Cosa ti ha spinto a fare quel passo e in che modo quell’esperienza ha cambiato il tuo modo di intendere la danza?

A diciotto anni, ma anche prima, sentivo il bisogno di andare in giro, di studiare. Dopo dieci anni con un solo insegnante, dal quale ho preso tantissimo, sentivo il bisogno di esplorare, perché a Torino, dieci anni fa, la scena della danza non era sviluppata come oggi. Il mio maestro, Kenny, è stato il primo a chiamare insegnanti di Roma e a portarli una volta al mese a Torino: abbiamo iniziato a fare laboratori con artisti della Bounce Factory e da quel momento mi si è aperto un mondo. Non avevo mai fatto quello che studiavo con loro: erano molto più tecnici. Ho iniziato a capire che cosa fosse davvero l’hip hop. Mi sono resa conto che non era solo coreografia, ma che esistevano il popping, house e tanti altri linguaggi. Da lì mi è venuta una grandissima voglia di viaggiare e conoscere tutto quello che c’era anche a Roma. Così mi sono diplomata e mi sono trasferita da sola. Il mio primo obiettivo non era tanto iniziare a lavorare o a coreografare: volevo crescere. Ero curiosa e volevo studiare. Non sapevo nemmeno se avrei davvero fatto della danza il mio lavoro, però volevo assolutamente continuare a studiare perché mi faceva stare bene.

L’insegnamento è un’altra parte importante della tua pratica artistica. In che modo il lavoro come danzatrice, coreografa e insegnante dialogano e si influenzano reciprocamente?

Ballare e insegnare sono due cose completamente diverse, però devo dire che mi gratifica fare entrambe. Vedere i ragazzi curiosi, che si impegnano e fanno domande, mi aiuta tantissimo. Mi stimola anche a ricercare di più. Invece di rimanere concentrata solo sul mio percorso come ballerina, vedere altre persone così curiose mi porta a farmi tante domande e a continuare ad andare avanti anche nella mia ricerca. Cerco sempre di dare il massimo ai ragazzi e di ascoltarli il più possibile. Più vado avanti con loro, più cerco di stare attenta alle loro esigenze, anche a livello creativo. Cerco non solo di trasmettere delle informazioni, ma anche di lasciarli liberi, dando loro la possibilità di sperimentare e di capire cosa vogliono davvero: se un giorno vorranno diventare ballerini, creare, come è successo a me grazie al mio insegnante, oppure se vorranno semplicemente ballare per divertirsi.

Per la seconda edizione di Tevere in Danza presenterai GEAR. Puoi raccontarci qualcosa di più sul lavoro e su come si è sviluppato il processo creativo? 

Quando mi hanno proposto di partecipare a Tevere in Danza, ho pensato subito al numero degli interpreti del mio brano. Poi mi è stato proposto di danzare all’interno del pezzo – cosa che mi ha fatto molto piacere – e così ho deciso di creare un trio. Di solito, quando devo creare qualcosa, se non parto da un’idea precisa, parto dalla musica. Ascolto tantissime tracce, soprattutto strumentali. Questa volta ho passato una settimana ad ascoltare musica, finché una traccia mi ha colpita particolarmente. Era molto ripetitiva, possiamo dire quasi “noiosa”, ma proprio quella ripetizione mi ha colpita. Analizzando la musica, mi dava l’impressione di qualcosa di industriale, di meccanico: un movimento che produce inevitabilmente il movimento di qualcun altro, un rapporto di causa ed effetto.

Una delle caratteristiche di Tevere in Danza è quella di portare la danza in spazi inediti, come musei o vie del borgo. Che cosa ti interessa di questa dimensione e cosa significa, per te, presentare un lavoro al di fuori del teatro? 

Penso che l’arte non sia fatta per pochi. Magari può essere capita più facilmente da alcune persone, però è bello dare a tutti la possibilità di vederla e di viverla, perché principalmente è emozione. Ci sono persone che magari non hanno la possibilità di andare a teatro, oppure non hanno l’abitudine o la cultura di frequentare quei luoghi. Per questo penso che sia una bellissima iniziativa e sono davvero contenta di farne parte.

Questo cambia anche il tuo modo di pensare e costruire una coreografia? 

Sì, cambia assolutamente anche il modo di creare, perché la visione di una coreografia sul palco è diversa rispetto a quella di una performance in strada: lo spettatore non guarda più da un unico punto di vista, ma può osservare la performance anche a 360 gradi.

Pur essendo ancora una giovanissima artista, quali sono oggi le domande, le curiosità o le sfide che stanno guidando la tua ricerca artistica? 

Per quanto riguarda la mia ricerca personale, in questo momento sto lavorando soprattutto su concetti fisici. Il mio movimento è molto legato alle dinamiche e alla musicalità, però sto cercando anche di approfondire la ricerca del movimento in sé. Mi chiedo, ad esempio, che cosa succede se muovo soltanto un gomito, oppure soltanto una spalla insieme alla testa. Cerco di sviluppare il mio movimento anche da un punto di vista concettuale: è questa al momento, la direzione principale della mia ricerca. Nella mia parte più creativa, come coreografa e anche come ballerina, cerco sempre di mettermi in difficoltà. Vado a studiare in giro, cerco di dare il massimo nello studio, di capire ogni insegnante e di migliorare me stessa. Non sono arrivata da nessuna parte; devo ancora studiare, devo crescere tantissimo! Ogni volta che seguo le lezioni di altri insegnanti cerco di mettermi completamente in discussione. Solo così posso imparare davvero.

Intervista di Stefanie Lang

Tevere in Danza 2026