Intervista alla danzatrice Carola Puddu: in scena a “Tevere in Danza 2026”

Tevere in Danza 26 ospita Carola Puddu: ballerina cagliaritana, classe 2000, si è diplomata alla Scuola di danza dell’Opéra di Parigi; successivamente ha preso parte a un training in Canada, alla National Ballet School, prima di approdare in televisione, nel 2021, nella scuola di “Amici di Maria De Filippi”. In seguito è entrata nell’organico del Balletto di Roma, dove ha debuttato in Première di Andrea Costanzo Martini, per poi ricoprire il ruolo della protagonista nel celebre Giulietta e Romeo di Fabrizio Monteverde. Oggi, come artista freelance, viaggia in tutta Europa tra spettacoli ed eventi, condividendo il palcoscenico con importanti coreografi e colleghi danzatori. Illuminerà il palcoscenico di TiD26 interpretando un pas de deux, firmato da Valerio Longo, dal titolo Would be nothing. In questa intervista ci parla del suo percorso artistico e dei suoi progetti.

Carola Puddu

Hai vissuto esperienze in contesti molto diversi: dalle accademie internazionali alla televisione, passando per grandi produzioni e numerose collaborazioni con artisti di fama. Guardando indietro, cosa pensi sia cambiato di più nel modo in cui vivi la danza oggi?

Quando ero piccola, vivevo probabilmente più nella mia testa che nel mio corpo: credevo che allenarmi tanto mi avrebbe automaticamente fatto sentire sicura sul palco. Oggi capisco che quel tipo di padronanza non deriva solo dalla preparazione, ma dal proprio atteggiamento mentale. Bisogna allenare la mente tanto quanto il corpo. Se il tuo corpo è davvero preparato, se lo ricorda. Qualunque cosa accada – una giornata no, un palcoscenico nuovo o qualcosa di imprevisto – puoi fidarti di lui. Quella fiducia ti dà sicurezza e ti permette di essere presente nel momento invece di rimuginare su tutto. Da ragazzina ero molto critica nei miei confronti e a volte questo mi bloccava persino nei movimenti. Succede ancora di tanto in tanto, ma meno di prima. Imparare a fidarmi di me stessa – e del mio corpo – è qualcosa su cui lavoro costantemente.

Oltre al tuo lavoro in palcoscenico, hai anche costruito una forte presenza sui social media, dove molte persone scoprono per la prima volta il tuo lavoro. I social media hanno cambiato il tuo modo di pensare alle performance?

Assolutamente no. Quando danzi, ci sono già tantissime cose che passano per la tua testa. Se iniziassi anche a pensare a come qualcosa potrebbe apparire online, renderei tutto ancora più complicato. Certo, è accaduto che un mio video, in cui ho commesso un errore, sia diventato virale. All’inizio non è stato facile, ma alla fine siamo tutti umani: commettere errori fa parte dell’esibirsi. Quando sono io a decidere cosa condividere, però, sono decisamente più selettiva. Cerco sempre di pubblicare la versione di cui sono più soddisfatta. Forse perché so che un video online rimane lì per sempre e raggiunge molte più persone di quante possa mai fare una performance dal vivo.

A Tevere in Danza presenterai un pas de deux firmato dal direttore artistico della rassegna, Valerio Longo. Puoi dirci qualcosa di più?

Si tratta di un pas de deux molto intimo e sensuale, ma anche molto elegante. Per me, funziona solo se gli interpreti si ascoltano veramente a vicenda. Concettualmente, parla di un mondo maschile che non sarebbe nulla senza le donne. Ci sono molte prese “off-balance”, quindi la fiducia diventa fondamentale. Bisogna creare una vera connessione artistica. Lo eseguirò con il collega Alessio Di Traglia. Ci stiamo lavorando con attenzione, perché ogni “partnership” è diversa: bisogna trovare nuovi equilibri, costruire un legame e imparare ad ascoltarsi a vicenda.

Alcune performance ci restano impresse per la coreografia, altre per il luogo. C’è qualche location, in cui ti sei esibita, che non dimenticherai mai?

Ho avuto la fortuna di esibirmi in incredibili scenari all’aperto: in montagna, al mare e in splendide piazze in tutta Italia. Ma un luogo che non dimenticherò mai è il Museo Belvedere a Vienna: ci siamo esibiti lì di notte, circondati dalla sua straordinaria architettura. Onestamente, sembrava di essere in un film. È una di quelle esperienze che ti restano impresse per sempre.

Uno degli aspetti distintivi di Tevere in Danza è quello di portare la danza in spazi insoliti, come piazze o musei. Esibendoti al di fuori di un teatro tradizionale, come cambia il tuo modo di relazionarti con il pubblico?

Mi esibisco esattamente allo stesso modo, che ci siano dieci persone o mille. Ma mi piace molto avere il pubblico più vicino: si può percepire l’energia degli spettatori in modo molto più diretto, si possono vedere le loro reazioni e si condividono emozioni in modo diverso. Mi piace anche l’idea che tutti possano vivere l’esperienza della danza. Alcuni dei miei ricordi più belli sono legati proprio ad alcuni spettacoli in piazza… Ricordo uno spettacolo in Puglia con più di tremila persone che assistevano. Durante le prove generali abbiamo dovuto addirittura fermarci perché una processione stava attraversando la piazza. Si tratta di momenti indimenticabili perché ci si sente circondati da qualcosa di profondamente naturale, dalla vita e dalle persone.

Se la danza ti ha già portato fin qui, dove speri che ti porti in futuro?

Sono un po’ superstiziosa, quindi cerco di non dire queste cose “ad alta voce”… Mi piacerebbe tanto, però, danzare a Vienna. Lavoro come freelance da quasi tre anni: ho realizzato tanti progetti e ho avuto opportunità meravigliose di cui sono davvero grata. Allo stesso tempo, mi piacerebbe trovare un posto in cui potermi sentire un po’ più stabile: una compagnia che mi permetta di continuare a collaborare anche ad altri progetti, ma con un miglior equilibrio. L’Opera di Stato di Vienna sarebbe un sogno: Alessandra Ferri, direttrice del Wiener Staatsballett, mi ha sempre ispirata, e in occasione di una sua masterclass ho sentito subito una connessione con il suo approccio artistico. È incredibilmente difficile arrivare fin lì, ma a volte devi dare a te stesso la possibilità di “provarci”.

Intervista di Stefanie Lang

Tevere in Danza 2026